«Finora la vita mi è sembrata come una salita senza fine, con nulla in vista se non un distante orizzonte. Ora, improvvisamente, mi sembra di aver raggiunto la cima della collina e si dipana di fronte a me una discesa con in vista la fine del sentiero – in verità abbastanza lontano –, ma alla fine di esso si può vedere la morte».

Queste sono le parole di un paziente tentacinquenne che lo psicoanalista Elliot Jacques cita nel suo articolo dal titolo Death and Midlife-Life Crisis (Morte e crisi di mezza età), che pubblicò nel 1965 e che viene considerato il primo lavoro in cui viene citato il concetto di «crisi di mezza età».

Fino ad allora sembra che non vi fosse questo problema, o che non fosse così diffuso da attirare l’attenzione degli studiosi e, oggi, di tutti coloro che si trovano in questo momento della vita.

In verità non esiste una mezza età codificata, ma possiamo pensare a un periodo che si aggira attorno ai 50 anni, sia per gli uomini sia per le donne; tuttavia, come vedremo più avanti, forse «di mezza età» per lo più ci si sente e non si è: dal momento che la speranza di vita si sta sempre più allungando, comunque, la mezza età matematica potremmo collocarla a poco più dei 40 anni, ma credo che più facilmente oggi ci troveremo d’accordo che i 50 anni sono per noi il punto di svolta, la cima della collina di cui parla il paziente di Jacques, ovvero la vera (e psicologica) mezza età.

Una visione analoga a quella del paziente citato più sopra, ma improntata alla comicità, è quella di Billy Crystal nel suo monologo sul passare degli anni nel film Scappo dalal città. La vita, l’amore e le vacche, dove credo si possa cogliere una certa verità e, soprattutto, alcuni temi possono risuonare famigliari alla nostra esperienza.

Una questione di curva

In questi anni si parla molto di felicità (per altro approfondita anche in questo mio post) e molte sono le ricerche che vanno a misurare il nostro livello di felicità, molto spesso coincidente con il nostro livello di soddisfazione generale della vita. Ebbene, una ricerca importante di una decina di anni fa a livello mondiale ha constatato che il nostro livello di felicità cambia durante i diversi periodi della vita secondo un andamento simile a una curva a U, ovvero la felicità è alta quando siamo giovani, raggiunge un minimo tra i 45 e i 50 anni (per la precisione per gli italiani è 50,7 anni) e torna ad alzarsi nella vecchiaia [Blanchflower, D.G., & Oswald, A., Is well-being U-shaped over the life cycle?, Social Science and Medicine, 2008, 66, 1733–1749].

Questa curva a U ci dice che effettivamente c’è un momento della vita, attorno ai 50 anni, in cui ci sentiamo meno felici, anzi, diremmo, più infelici che mai; effettivamente, nel nostro primo mondo, la crisi di mezza età è qualcosa che ha a che fare sia con le statistiche sia con l’esperienza.

Proverò a dare qualche spunto al riguardo nel tentativo di proporre più che risposte definitive, che forse non esistono, una riflessione che spero possa aiutare (e, confesso, aiutare anche me che, quest’anno, mi ritrovo proprio nel punto più basso della curva). Non pretendo infatti di assumere il ruolo che Dante, primo fra tutti a esprimere la propria crisi di mezza età, attribuì a Virgilio.

Una questione di obiettivi

«Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai in una selva oscura

che la diritta via era smarrita» (Dante, Divina commedia, Inferno, canto I, ver. 1-3).

Con queste parole appunto Dante apre la Divina commedia in piena crisi di mezza età diremmo oggi, a metà della sua vita si trova in una bosco buio e senza una strada da prendere. Le parole del sommo poeta non sono lontane a mio avviso dall’esperienza di chi si trova in questa fase della vita, dove molti degli obiettivi che ci vengono assegnati sono più o meno raggiunti.

Da giovani bisogna studiare, poi si cerca un lavoro e si comincia a costruire la propria carriera con tutti i doveri e le richieste che questa comporta, nel frattempo si instaurano rapporti sentimentali che possono portare a relazioni stabili di convivenza e si comincia a pensare di diventare madri e padri, l’accudimento dei figli piccoli e poi?

Ecco, a 50 anni possiamo avere fatto molte di queste cose, se non tutte e possiamo trovarci in un momento in cui gli obiettivi, più o meno raggiunti, sembrano finiti. In realtà sono finiti quelli che definirei obiettivi esterni, di carattere sociale, dettati dalla crescita e che gli psicologi chiamano «compiti di sviluppo». Ma, tornando alla domanda appena fatta, e poi?

Si configura proprio una fase in cui gli obiettivi non sono più gli altri a darceli, ma siamo noi a doverli costruire; senza obiettivi si perde la propria strada, il proprio percorso di vita e il senso.

Come ho potuto dire nel precedente post sulla felicità, il dare senso alla nostra esistenza è uno degli aspetti che ci aiutano a essere felici e avere obiettivi (cosa strettamente legata all’avere senso) è un’altra variabile che influenza la nostra felicità e la nostra soddisfazione di vita.

In questo momento esistenziale gli obiettivi vanno costruiti a partire da noi stessi e non da altri.

La consapevolezza dei propri bisogni diventa dunque la base per definire obiettivi propri e i bisogni non riguardano solo il sostentamento, la riproduzione, l’essere stimati e amati, ma anche l’autostima e l’autorealizzazione.

Sono aspetti tanto semplici quanto difficili da avere chiari, ma una prima arma contro la crisi di mezza età credo sia poter fermarsi e pensare a cosa desideriamo, cosa ci fa felici, cosa ci realizza e da questo nasceranno i nostri obiettivi interni e il loro perseguirli. Possono essere buone relazioni, possono essere nuovi interessi culturali (dall’arte allo sport), può essere un peso diverso che vogliamo dare al lavoro rispetto alla nostra vita privata, possono essere nuove capacità da sviluppare e così via.

Una questione di sentimenti

Un sentimento che corrode la felicità e la soddisfazione è il rancore e un altro è il rimpianto. Proprio perché ormai maturi, abbiamo percorso una strada e abbiamo fatto scelte e possiamo per la prima volta guardarci indietro e fare bilanci. Questo non ci esime dall’avere rimpianti per quello che non si è fatto e si sarebbe potuto fare, per le scelte che ci hanno portato in una direzione e non in un’altra (le famose sliding doors).

Fare bilanci significa spesso avere rimpianti e questo non ci rende certo felici, anzi.

Esiste un meccanismo psicologico, ben conosciuto in ambito della psicologia economica e della finanza comportamentale (una disciplina che si occupa di come prendiamo decisioni sui nostri risparmi), che viene chiamato «avversione per le perdite».

Tutti noi ricordiamo infatti più le perdite dei guadagni e, nel guardare al passato, ricordiamo più ciò che ci ha fatto soffrire che non ciò che ci ha fatto felici.

Un esempio di questo meccanismo viene dallo sport. Nella sua autobiografia, il campione di tennis Andre Agassi, riguardo ai propri ricordi dei successi si esprime in questo modo:

«Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo» (A. Agassi, Open, Einaudi, 2011).

Tendenzialmente, proprio perché le perdite sono dolorose, ricordiamo più gli insuccessi dei successi, sovrastimando così i primi rispetto agli ultimi. È un meccanismo in sé adattivo, in quanto ricordare cosa ci ha fatto male ci permette di evitarlo qualora si ripresentasse, ma diventa controproducente nel momento in cui si fanno bilanci, proprio perché abbiamo la memoria corta per le cose buone che ci sono capitate. Tutto questo può aumentare in noi il rimpianto e quindi erodere la nostra soddisfazione e felicità.

Il corpo che cambia

Infine, un aspetto importante riguarda il fatto che siamo corpo, psiche e relazioni e pertanto tra i compiti che si affrontano in questo periodo c’è anche il dover fare i conti con il nostro corpo non più giovane, che soffre dei limiti fisici dovuti all’invecchiamento, che non si può certo evitare, ma che in effetti si può molto rallentare.

In campo femminile ci sono gli effetti della menopausa, in campo maschile il fatto di dover fare i conti con muscoli meno pronti ed efficienti, articolazioni meno forti e un metabolismo anch’esso diverso, per non parlare di sfoltimenti della capigliatura e suo imbiancamento. Non essendo un medico non mi soffermo troppo su questi aspetti, se non nella parte delle ricadute psicologiche rispetto alla nostra immagine di noi stessi.

Da questo punto di vista ci si trova a fare i conti con un vissuto dell’immagine di noi stessi che è diverso da come siamo realmente guardandoci allo specchio, e questo crea certamente disagio, come pure il fatto di attivarsi pensando di avere le energie dei venti anni mentre ne abbiamo cinquanta, sovrastimando le nostre forze e non accettando i limiti.

Sopravvivere alla crisi di mezza età

Se questo è un quadro plausibile come è possibile sopravvivere alla crisi di mezza età?

Posso tentare tre mosse che possono aiutarci.

  1. Gratitudine: sapendo che esiste un’attrazione a ricordare le esperienze negative e quello che abbiamo perso, un antidoto potrebbe essere partire dal chiedersi di cosa siamo grati. Il sentimento di gratitudine ci aiuta infatti a guardare alle cose buone del nostro passato, ai nostri successi e a quello che siamo riusciti a ottenere, essere grati a noi stessi ci salva da una visione negativa del passato.
  2. Obiettivi: progettare ci permette di spostare il nostro sguardo verso il futuro e di recuperarlo rispetto al senso di vuoto che ci può cogliere nel momento in cui siamo all’apice. Darsi obiettivi tali da recuperare un senso della nostra vita per la quale abbiamo ancora tanto da dare e da raccogliere. Obiettivi che siano non un coprire la paura del vuoto e della fine, ma un aiuto a recuperare il senso del nostro vivere in pienezza.
  3. Muoversi: è vero, il nostro corpo non è più quello di un o di una ventenne, ma ciò non toglie che siamo perduti. Fare attività fisica, moderata, preferibilmente sotto il controllo e i consigli di un medico, accettando pertanto i nostri limiti di età, ma non per questo rinunciando al nostro corpo e andando alla deriva con esso, può essere un modo efficace per recuperare autostima, per recuperare senso di efficacia per sentirsi meglio, più tonici e per attivare così una stimolazione positiva e le nostre endorfine contro ogni visione pessimista del mondo e, per tornare alla metafora iniziale del paziente di Elliot Jacques, allungare il nostro sentiero verso la sua fine e renderlo anche meno ripido.

 

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