La felicità sembra qualcosa di irraggiungibile e il solo fatto di parlarne può farci pensare da un lato a una specie di inutile illusione, dall’altro però sembra difficile non dedicare attenzione a questo sentimento che tanto desideriamo e tanto suscita interesse.

Ma è possibile conquistare la felicità? Si direbbe di no e molto intorno ci suggerisce il contrario, ma alla fine non sappiamo rinunciare a cercarla.

In effetti la felicità ci appartiene, è una delle emozioni che ci accompagnano fin dalla nascita. “Il sorriso degli angeli” si chiama nel senso comune l’espressione felice che si ritrova nei neonati, quasi a dire che sorridono per qualcosa o a qualcuno che noi adulti non possiamo vedere. È una espressione automatica e innata, che segnala nel neonato uno stato di benessere.

Nella nostra vita però la felicità è un’esperienza fugace, immediata, breve, a volte rovinata dalla convinzione che la felicità non dura e, paradossalmente, questo pensiero irrompe rattristandoci e pone effettivamente fine alla felicità provata un attimo prima.

Pensate a un momento felice della vostra vita, spesso ha a che fare con l’aver raggiunto qualcosa, l’aver ricevuto qualcosa o l’aver realizzato qualcosa. La felicità del laureato o del diplomato, quella di chi si sposa e corona il proprio amore, quella del primo bacio e della conquista di un amore, la felicità di un obiettivo raggiunto al lavoro, di aver trovato un lavoro e così via.

Ma sono e rimangono momenti.

In effetti quando pensiamo alla felicità pensiamo a una emozione e molte emozioni hanno una durata limitata nel tempo. Paura, rabbia, tristezza, disgusto, sorpresa, gioia sono appunto le emozioni fondamentali dell’uomo, presenti e riconoscibili nelle espressioni del viso da parte di tutte le culture, come hanno scoperto Darwin ed Eckman dopo di lui. E dunque la felicità è propria della nostra natura umana, innata potremmo dire.

Tuttavia le emozioni non possono essere più di tanto controllate, per cui se consideriamo la felicità sotto questo punto di vista, che è quello del senso comune e appartiene all’esperienza immediata di tutti noi, certamente è difficile non essere d’accordo con la sua caducità, al punto che molti arrivano ad affermare, specialmente in alcune religioni, che la felicità permanente (o eterna) non è di questo mondo, ma appartiene all’aldilà. È un premio che arriva (o può arrivare) solo dopo la morte.

La psicologia, in particolare un certo ramo della psicologia chiamata “psicologia positiva”, che ha come fondatore lo psicologo americano Seligman, ha proposto una definizione alternativa di felicità, ovvero, oltre a un’emozione, può essere considerata anche come un insieme di fattori che, se realizzati, portano le persone in uno stato di felicità, o, meglio ancora, di benessere.

In verità, prima di Seligman, molto prima, nel IV secolo avanti Cristo, per cui 2.300 anni fa, il filosofo Aristotele aveva già distinto tra una felicità del momento, detta edonica, e una felicità duratura, detta eudaimonica, ovvero una felicità che ha un moto interiore, quasi ci fosse un demone in noi che ci spinge a fare cose considerate buone, pertanto una felicità che si conquista nell’esercizio della virtù.

La “felicità autentica” di Seligman e di altri studiosi non è lontana da questo concetto, ma lo sviluppa in modo più diretto, a mio avviso, e più controllabile da noi. Essere felici, almeno per quanto ci riguarda, per quel che possiamo controllare noi come singoli individui, significa realizzare alcune condizioni:

  • avere certamente emozioni positive;
  • dare un senso alle proprie azioni;
  • sentirsi coinvolti in quello che facciamo;
  • avere buone relazioni sociali;
  • avere una progettualità.

Questa è la quota di felicità che possiamo controllare, ma che, a dire il vero, non possiamo considerare l’intera felicità. Vivere in un luogo dove sono tutelati i diritti umani, vivere in uno stato democratico, in un ambiente sano, essere tutelati nella propria salute, essere in pace, ricevere un’istruzione, sono solo alcune delle condizioni esterne che ci aiutano a essere felici, e che sono importanti, ma non uniche. Qualcuno potrebbe inoltre notare che il reddito non è tra le condizioni citate, per cui saremmo portati a pensare che i soldi non fanno la felicità. In verità qui il discorso è leggermente più complesso. Quello che si nota negli studi, soprattutto economici, è che il reddito pro capite è importante, ma oltre una certa soglia, il livello di soddisfazione della propria vita non è correlato al reddito. Per esempio, il reddito pro capite tra un italiano e un abitante degli Emirati Arabi è molto diverso e a favore degli Emirati, mentre il grado di soddisfazione è simile, il reddito tra un brasiliano e un italiano sono molto diversi e a nostro favore, ma la soddisfazione è maggiore in Brasile che non Italia. Questo ci dice che i soldi non sono l’unico parametro della felicità, ma certamente aiutano, ovvero è necessario avere una base minima di reddito per considerarsi felici: infatti tra noi e un abitante del Togo c’è molta differenza sia a livello di soddisfazione sia a livello di reddito, entrambi a nostro favore. Tutto ciò credo possa farci anche comprendere in parte come persone che sono benestanti non sono felici.

Assodato questo è dunque possibile conquistare la felicità? Nel nostro caso direi che la risposta è positiva. Raggiunto infatti un livello minimo di autonomia economica, veramente basso, vi assicuro, tutto quello che può aiutarci a essere felici sta nel trovare senso nella nostra vita, nel costruire buone relazioni, non necessariamente numerose, ma quelle, anche poche, che abbiamo che siano davvero solide e soddisfacenti, nel poter pensare a progetti e iniziative che sentiamo ci fanno crescere nella nostra realizzazione e nel cercare emozioni positive, difendendoci il più possibile da emozioni negative come rabbia, rimpianto, rancore, frustrazione, senso di inefficacia e impotenza e, non ultimo, dal pessimismo, di cui proverò a parlarvi in futuro.

Allora, per chiudere, eccovi 5 regole della felicità:

  1. cercare buoni amici;
  2. cercare un senso della propria vita;
  3. cercare il proprio benessere fisico con un po’ di attività;
  4. essere indulgenti con noi stessi, imparando a guardare a quello di buono che facciamo e non solo alle cose sbagliate;
  5. essere grati, imparando così a considerare le cose positive che ci capitano e ci sono capitate, tralasciando quelle negative.

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