Viviamo in un mondo in cui la forza sembra essere un valore assoluto. A partire da quanto sta accadendo proprio in questo periodo storico con le dimostrazioni del dittatore della Corea del Nord Kim-Jong-un fino alle più piccole relazioni e interazioni in cui mostrare la propria capacità di influenza e potere, per non parlare del discorso del presidente Donald Trump in Giappone in cui sottolinea, di fronte al premier giapponese Shinzō Abe, il potere e il primato degli Stati Uniti. Tutto dice che dobbiamo essere forti, dobbiamo mostrarci forti.

  • La forza interiore per superare le avversità della vita.
  • La forza come successo personale.
  • La forza come potere.

Questi imperativi categorici ci accompagnano sin dalla nascita e definiscono una sorta di ideale di noi stessi a cui cerchiamo con maggiore o minore intensità di adeguarci.

Nelle diverse fasi della vita ci troviamo così a cercare di essere bravi studenti o studentesse, bravi lavoratori o lavoratrici, bravi compagni o compagne e quanto più siamo bravi tanto più siamo forti, tanto più ci sentiamo validi, accettati e amabili.

E se falliamo?

Qui sorgono i problemi: fallire non è contemplato e, se succede, la catastrofe per la nostra autostima, per la considerazione di noi stessi e per l’immagine positiva è dietro l’angolo.

Tuttavia una cosa vorrei far notare: nasciamo fragili.

La specie umana è l’unica specie che ha la maggior parte del proprio sviluppo dopo la nascita, sviluppo che dura diversi anni. Questa caratteristica viene detta neotenia. Pensate a un qualsiasi animale, per esempio un vitellino, quando nasce è già in grado di reggersi sulle proprie gambe e di camminare, così per un delfino, che nuota subito dopo essere uscito dall’utero della madre o un cavallo. Noi cominciamo a camminare dopo un anno dalla nascita e la fragilità di un neonato è sotto gli occhi di tutti.

Questa fragilità ha però un grandissimo vantaggio, ovvero ci permette di essere molto flessibili e di poterci così adattare all’ambiente circostante in modo del tutto efficace. Da un lato abbiamo bisogno di essere accuditi, sostenuti, protetti per molto tempo, dall’altro possiamo diventare davvero ciò che vogliamo in funzione delle richieste dell’ambiente circostante.

Abbiamo anche noi una dotazione di base, una serie di comportamenti innati simili a quelli degli animali che già alla nascita sanno camminare, nuotare, sbattere le ali, ecc., questa dotazione tuttavia è molto poco definita e per la maggior parte è volta a rimanere in contatto con chi ci accudisce per poterci far proteggere e al tempo stesso farci crescere.

La forza della fragilità

La fragilità è così una risorsa che ci ha fatto sopravvivere come specie e ci ha permesso di adattarci ai cambiamenti dell’ambiente in migliaia di anni ed essere quelli che siamo. Essere fragili in questo caso significa essere flessibili.

Ma perché allora cerchiamo di essere forti?

In parte la natura ci porta a svilupparci nel senso dell’autonomia e dell’indipendenza. Siamo portati a cercare entrambe sin da bambini e sono anch’esse innate: di fronte ai fallimenti il bambino o la bambina non si scoraggiano, ma insistono: se cadono si rialzano e così imparano a camminare. Non solo, esiste una specie di «overconfidence positiva», un desiderio di sfida che ci porta, nell’infanzia, a impegnarci e intraprendere cose più grandi di noi, come arrampicarci su una sedia, esplorare e metterci persino a volte in situazioni pericolose di cui non ci rendiamo conto, ma che non ci portano nessuna paura del fallimento.

L’autostima infantile è infatti molto alta, proprio per permetterci di affrontare le sfide complesse della crescita: un bambino o una bambina li possiamo vedere più facilmente arrabbiati che non tristi o impotenti di fronte alla frustrazione per qualcosa che non riescono a fare o che hanno fatto e non è riuscita.

Tutto questo facilita la nostra crescita e la nostra tendenza all’autorealizzazione accanto al supporto delle relazioni con chi ci accudisce, indispensabile nutrimento per la nostra autonomia. Come accennavo in precedenza, siamo programmati per entrare in relazione e in contatto ed è appunto la relazione con chi è per noi importante non solo per la sicurezza fisica, ma anche per quella emotiva, che ci permette di crescere con un’idea di noi stessi come persone, idea che si sviluppa proprio nella relazione (come ho indicato in un post precedente). Se nella mia connessione con l’altro significativo vengo accettato solo nelle mie parti autonome, crescerò rifiutando la dipendenza e, viceversa, se vengo accettato solo nelle mie parti dipendenti, crescerò rifiutando l’autonomia, in quanto sarò amabile solo quando sono autonomo o solo quando sono dipendente. Le relazioni profonde con chi ci accudisce ci definiscono come persone, ovvero definiscono il concetto che abbiamo di noi stessi, e ci permettono, se sono relazioni in cui sperimentiamo una accettazione a 360 gradi, ovvero una accettazione positiva e incondizionata delle nostre parti sia autonome sia dipendenti e fragili, di crescere con quell’equilibrio che ci consente di chiedere aiuto nel bisogno e di darlo a chi ha bisogno.

La perfezione dell’adulto

Eppure, quando siamo adulti, una parte di noi diventa più sensibile al giudizio, che sia esso interno, ovvero proveniente da noi stessi, o che sia il giudizio altrui. La paura di fallire può divenire paralizzante al punto di lasciarci senza forze, senza capacità di esplorare e di innovare o lanciarci in situazioni nuove.

Questo credo che sia dovuto al fatto che ci dimentichiamo che siamo fragili, che siamo limitati, ma questo non significa essere incapaci, ma solo che possiamo sbagliare.

Questo aspetto è presente in tutte le dimensioni della nostra vita:

  • vogliamo essere dei genitori perfetti;
  • vogliamo essere dei partner perfetti;
  • vogliamo essere dei figli o figlie perfetti;
  • vogliamo essere dei lavoratori o lavoratrici perfetti.

L’accettazione rende liberi da colpa e vergogna

Una parte di noi, a volte ingombrante, ci giudica e ci dice quanto siamo lontani o meno da come vorremmo essere. Se la distanza tra l’ideale di noi e la considerazione che abbiamo di noi stessi diventa molto grande, rischiamo allora di essere schiacciati da questo ideale di noi stessi, così distante dalla nostra percezione reale da risultare irraggiungibile.

Accettare che non siamo perfetti, ma che siamo «quasi perfetti» ci permette di tenere sotto controllo questa distanza tra la percezione di noi stessi nel momento presente (la descrizione di noi in questo momento della nostra vita), chiamata Sé attuale e l’ideale di noi stessi, ovvero come vorremmo essere, chiamato Sé ideale.

Il riconoscere e accettare i propri limiti, senza per questo giudicarci negativamente, ci permette la libertà di sbagliare nel tentare di superarli. Questo aspetto ha a che fare con l’accettazione di noi come persone, l’essere accettati dai nostri altri significativi (i genitori e i partner in prima istanza) così come siamo è il primo passo per provare a migliorarci, perché l’essere accettati significa accettare che andiamo bene così e, a nostra volta, impariamo ad accettarci per come siamo.

Questo comporta che ogni errore nel tentativo di migliorarci non significherà che siamo sbagliati come persone, ma che abbiamo sbagliato solo in un certo contesto.

Interpretare i nostri errori come generali, totalizzanti, ci paralizza, proprio perché l’insuccesso in un certo contesto, significa l’insuccesso di noi stessi in toto, questo accade perché vogliamo essere perfetti in un certo momento, in una certa situazione, per essere persone perfette.

Da qui nascono i sensi di colpa e la vergogna per il non essere all’altezza, il senso di inadeguatezza e di fallimento. Chi si accetta accetta la propria fragilità, ne entra in contatto, ammette che può avere paura di una diagnosi, che può commuoversi e piangere, che può essere debole, che può provare tenerezza, che può non sapere tutto, ecc.

Fuori dall’accettazione dei propri limiti può esserci solo rabbia per la mancanza di riuscita, rigidità e certezze assolute per evitare la complessità che non sempre possiamo controllare, vergogna per non essere stati all’altezza di fronte agli altri, colpa per non essere stati abbastanza bravi e, infine, disistima.

La natura ci dice che nasciamo imperfetti e che questa nostra imperfezione è la nostra forza, è una fragilità che porta con sé la possibilità di imparare e crescere, di adattarci e accettare che possiamo cadere e rialzarci, anche quando siamo grandi, e il cadere significa fallire in quello che tentiamo, ma, accettando la nostra fragilità, forse potremo anche arrivare a pensare che fallire non significa essere falliti, ma solo che non siamo perfetti in quell’ambito o per quella cosa, ma solo, quasi perfetti.

Nel chiudere segnalo questa conferenza di una studiosa psicologa che, a mio avviso, espone con efficacia l’importanza dell’accettare la nostra condizione fragile. È in inglese, ma è possibile seguirla con i sottotitoli e la potete trovare al seguente link.

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