Idee che risuonano

Primo maggio, festa dei lavoratori, oggi festeggiamo chi lavora, c’è un sapore in me di orgoglio nell’essere un lavoratore ed è una festa che sento mia come immagino la sentano tutti coloro che lavorano, in una dimensione comune, di colleganza che attraversa tutti, indipendentemente dal tipo di lavoro, dal livello di organizzativo, liberi professionisti, lavoratrici autonome, operai, impiegate che dir si voglia.

Questo mi fa pensare che è una questione di identità e non di condizione, in questo senso siamo tutti uguali.

Sento il nostro Capo dello stato Sergio Mattarella che dice: «Il lavoro non è una merce. Ha un valore nel mercato dei beni e degli scambi» e più avanti riprende: «Il lavoro è libertà. Anzitutto libertà dal bisogno; e strumento per esprimere sé stessi, per realizzarsi nella vita» e in questo mi riconosco e, soprattutto, ritrovo con sorpresa la consonanza con quanto incontro nei miei studi in psicologia del lavoro e con quanto con passione cerco di trasmettere alle mie studentesse e ai miei studenti.

Lavorare non è solo uno scambio tra salario e prestazione, il lavoro ha altri significati come ben ricorda lo studioso Blustein, lavorare significa acquisire potere oltre a sostenersi, lavorare significa costruire connessioni sociali, lavorare significa autodeterminarsi, ovvero consente di perseguire i propri obiettivi, per aumentare il proprio senso di autoefficacia e potersi realizzare.

 

Ma è davvero così?

Oggi non so però se questa importante visione del lavoro sia ancora percorribile, quello che sento a volte è un sapore romantico, idealizzato del lavoro, che è importante celebrare e ricordare, ma forse temo che possa essere relegato in una teca in bella vista, ma irraggiungibile.

Tuttavia, credo anche che le nuove generazioni stiano recuperando questi aspetti attraverso comportamenti e movimenti che spesso vengono giudicati come segnale di perdita del valore del lavoro, per non dire opportunismo, egoismo o, addirittura, svogliatezza.

  • La generazione del dopoguerra, i Boomer (quelli veri e non le persone di mezza età e anche meno che così chiamiamo quando li vediamo impacciati con gli smartphone o esprimersi in modo imbarazzante sui social) hanno vissuto gli effetti dell’autorealizzazione del lavoro e hanno potuto godere del diritto al lavoro;
  • la Generazione X  ha ancora potuto sentire gli echi di quell’epoca d’oro, pur nel mantra dello slogan «Siate imprenditori di voi stessi», che mi suonava come una parafrasi dell’arrangiarsi;
  • i Millennial hanno trovato confermata la disillusione che non basta lavorare duro per ricevere riconoscimento;
  • la Generazione Z invece ricomincia a considerare alcuni aspetti del lavoro che riguardano la capacità di esprimere i propri valori e dove conta la coerenza tra quello che sentono di essere e le vision organizzative che gli vengono proposte. Quello che sembra un disprezzare un’occasione di lavoro, mi piace vederla come una affermazione che lavorare non è solo «Basta che mi paghino», ma quanto l’organizzazione in cui sono è coerente con i miei valori, con i valori di un mondo che ha bisogno di sostenibilità, giustizia sociale e in cui il contributo a questi aspetti di benessere collettivo e di impegno sociale divengono sempre più importanti ed essenziali per coinvolgersi e impegnarsi nel lavoro.

 

Big quit e ritorno ai valori

Così forse tutto ha più senso per me, per cui il non scegliere un lavoro, il prendersi il rischio di non essere più lavoratore, il decidere di lasciare un lavoro non è più una questione di soldi, di scambio tra prestazione e lavoro, ma di bisogno di coerenza, di continuità della propria identità, di autoaffermazione e, soprattutto, di autodeterminazione.

Mi sembra una rivoluzione silenziosa, ma che sta accadendo, dopo la frammentazione del lavoro con la terza globalizzazione e la solitudine dello smart worgking postpandemia, la perdita della rappresentanza sindacale. I fenomeni di abbandono del lavoro (Big quit) o di rifiuto del lavoro (Silent quit)  stanno portando a parlare di nuovo di mandato sociale delle organizzazioni, di impatto sociale, di sostenibilità e come questi aspetti, sostenuti da tempo nelle  organizzazioni no profit, siano sempre più all’attenzione delle multinazionali come elementi fondamentali anche per sostenere il profitto. Come ben sottolinea Serafeim, chi investe nell’acronimo ESG (Enviroment, Social e Governance) troverà vantaggi, ma questi vantaggi arrivano a mio avviso proprio dal fatto che chi lavora sceglierà queste aziende e rimarrà in esse proprio perché essere pagati è fondamentale, ma non è tutto.

Per cui buon primo maggio a tutti noi lavoratori, ma anche a chi ha scelto di andarsene e chi sta cercando, lavoratori anch’essi e promotori di un cambiamento silenzioso e potente.