«Oggi sono triste», «Che depressione!». Certamente è capitato a ciascuno di noi di usare una di queste espressioni nella nostra vita.

Spesso noto come tristezza e depressione siano usati nel linguaggio di tutti giorni in modo intercambiabile. Nella psicologia del senso comune certamente i due termini sono molto sovrapponibili, ma non lo sono nella psicologia clinica e scientifica: essere tristi o essere depressi sono infatti due stati molto differenti per uno psicoterapeuta o uno psichiatra. Proviamo a vedere perché.

 

La tristezza: un’emozione di base

In questo post abbiamo visto come la tristezza sia una delle emozioni primarie e pertanto possiamo dire, seguendo il modello delle emozioni nato con Darwin e sviluppato da Eckman, che la tristezza ci appartiene, è qualcosa che è comune a tutti noi e che tutti abbiamo provato.

Essere tristi è uno stato naturale e, ritornando a quello che dicevo delle emozioni, ovvero che sono una finestra sul mondo, essere tristi ci dice qualcosa di noi, in quanto la tristezza è legata alla dimensione della perdita di qualcosa.

Infatti, provate a pensare quando siete stati tristi, in che occasione? Cosa accadeva? Facilmente troverete che la tristezza che avete provato era legata a qualcosa che avevate perso: sono triste quando finisce qualcosa che penso non torni più.

Una canzone dei Righeira, tormentone di ormai qualche anno fa (era il 1985!), racconta della fine dell’estate e della fine della giovinezza, che non torna: «L’estate sta finendo e il tempo se ne va/ Sto diventando grande lo sai che non mi va» è una canzone che suscita tristezza, in quanto c’è qualcosa che perdiamo, un periodo dell’anno che non torna più e si ripresenterà solo l’anno successivo.

La tristezza dunque ci dice che c’è qualcosa che abbiamo perso e che nella nostra percezione, non torna più.

 

Emozione, umore, depressione

Tuttavia, essere tristi non è essere depressi, questo lo sappiamo bene, ma cosa fa la differenza.

Qui entra in campo il tempo e un altro concetto proprio del mondo delle emozioni, ovvero l’«umore». A differenza di una emozione, che si sviluppa in un tempo breve, a volte sotto il secondo (pensate alla sorpresa per qualcosa di inaspettato, che può durare il tempo di esprimerla), l’umore possiamo definirlo una emozione protratta nel tempo e che si mantiene per tempi lunghi: da alcuni minuti, a ore, a giorni e non certo secondi.

La depressione viene infatti considerata tale nella psicopatologia se esiste, prima di tutto, una condizione di umore depresso quasi tutti i giorni, per la maggior parte del giorno, a questo stato iniziale, che è una condizione indispensabile per parlare di depressione, devono associarsi altri sintomi, ma quello che qui mi preme sottolineare è che, a differenza della tristezza, la depressione ha a che fare con una condizione che perdura nel tempo, per la maggior parte del tempo, per alcune settimane.

Quindi, si può essere tristi per un motivo legato al tema della perdita, ma se questa tristezza si attenua in poco tempo, allora ho provato una emozione, se invece questa tristezza permane e invade tutta la mia esistenza, allora più che un’emozione sono di umore triste ed è allora che dirò: «Sono depresso».

 

I vissuti della depressione

Sicuramente la depressione è una condizione invalidante, in quanto la persona non riesce a sostenersi, a progettare, a orientarsi nella soddisfazione dei propri bisogni e della propria autorealizzazione.

Alla depressione si associano vissuti che vanno da un tempo lento, che non passa mai, a un rallentamento dei pensieri, a una sensazione di essere senza energia, fino a un senso di impotenza, di blocco e a sentimenti di angoscia per un tempo che non c’è, dove tutto e fuso tra presente, passato e futuro, oppure di noia legata al fatto che il tempo oggettivo, quello scandito dall’orologio, è diverso e ben più lento del tempo soggettivo, percepito, e in queste differenza tra tempo oggettivo (Kronos) e tempo vissuto (Kairos) sta la sensazione di lentezza, oppure di perdita del futuro, verso il quale non ci si può proiettare, perché non c’è speranza e la sensazione è che questa condizione non cambi mai e mai potrà cambiare.

Se nella tristezza il tema della perdita è centrale, nella depressione questa perdita è totalizzante, fino a pensare che non ho perso solo qualcosa, ma ho perso tutto me stesso.

In questi termini, la depressione si associa all’idea di me, che chiamiamo Io, o anche Sé. La depressione è una condizione di perdita così profonda che il nostro Io è del tutto annientato e con esso la nostra idea positiva di noi stessi ed è per questo che un altro vissuto presente nella depressione è l’autostima molto bassa e con essa la convinzione di non valere e di non essere degni di amore.

Un altro vissuto presente nella depressione è il senso di impotenza, così forte da impedire qualsiasi iniziativa, nella convinzione che qualsiasi cosa che si fa per poter migliorare la propria condizione è inutile e, pertanto, con esso vi è la perdita della speranza.

Tutto questo ci rende incapaci e bisognosi di aiuto, al punto da sentirci dipendenti dagli altri e da chi può prendersi cura di noi, anche qui emerge ancora una volta la perdita, in questo caso della nostra autonomia.

 

Perdita del Sé e perdita di una parte di sé: il confine tra tristezza e depressione

La tristezza e la depressione hanno in comune dunque la perdita, ma mentre nella tristezza questa perdita è ben confinata e definita, nella depressione la perdita è totale e coinvolge l’intera persona.

La vita ci pone di fronte a molte perdite: persone care, amori, il lavoro, il proprio ruolo. Invecchiare significa perdere qualcosa di noi stessi come bambini, come giovani, come adulti. Il cambiamento significa perdere una condizione precedente per una nuova, vivere comporta distaccarci da qualcosa o qualcuno, ciò non significa essere depressi, ma significa certamente provare tristezza.

Quando però la perdita diventa profonda, quando non riusciamo a contenerla dentro una parte della nostra esperienza, ma diventa una perdita di una parte di noi stessi, allora siamo di fronte alla possibilità che quella tristezza si trasformi in depressione e da una emozione si passi a uno stato dell’umore.

Perdere qualcuno di caro significa soffrire ed essere tristi, e questa tristezza ci blocca, ma ci permette anche di ripiegarci su noi stessi per guarire la ferita della perdita, ed è questo lo scopo del lutto, ma solo se si riesce a contenere l’emozione della tristezza all’interno di una parte di noi stessi, per salvarne un’altra che ci dà forza nel sopportare la perdita, elaborarla e poter così ricucire quella ferita che la perdita ha causato, riempire il vuoto che si è creato recuperando noi stessi, la nostra autostima e il senso di autoefficacia, senza sfuggire così alla tristezza, ma affrontandola, sentendola e, infine, lasciandola andare.

Se però la perdita e il distacco diventano totalizzanti, allora il processo di recupero è più difficile e non può essere fatto da soli, ma è necessario trovare sostegno in un professionista che possa accompagnare la persona al recupero di sé stessa.

 

Attenzione alle autodiagnosi

Se mi avete letto fin qui alcuni di voi saranno interessati a scoprire se stanno provando tristezza o se sono depressi e nella rete si trovano articoli e persino test di autodiagnosi per la depressione.

In questo caso nulla tuttavia è più efficace di un incontro con un professionista, in quanto solo nel confronto con quest’ultimo si creano gli spazi per chiarire i propri sentimenti, per prendere consapevolezza dei propri vissuti, per conoscere se stessi e comprendere fino in fondo cosa si prova, il proprio livello di sofferenza e così anche trovare con il professionista le possibili strade per uscire dalla depressione e recuperare un sufficiente livello di benessere in un caso o riconoscere la propria tristezza e poterla vivere e imparare a regolarla, come tutte le emozioni, dall’altro.

 

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