«Al cuor non si comanda!», «Ragione e sentimento», «Non posso non innamorarmi di te», «In preda alla rabbia», queste e molte altre espressioni che usiamo veicolano un’idea delle emozioni come di qualcosa che ci accade, che è esterno a noi e che ci domina contro ogni razionalità. Ma allora a cosa servono le emozioni?

Anche il film di animazione Inside out (di cui qui di seguito potete vedere una breve clip), ottimamente costruito dal punto di vista delle conoscenze e delle teorie psicologiche, rappresenta la protagonista, i suoi genitori, perfino gli animali diretti da cinque emozioni: gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto.

In verità le cose possono essere più complicate di quanto l’esperienza ci dice.

Che le emozioni siano una parte fondamentale del nostro essere è certamente indubitabile e il nostro benessere passa attraverso di esse, ma non solo quello, anche la nostra interpretazione dell’esperienza, di quanto ci accade.

A ben guardare un’emozione non è altro che uno schema composto da aspetti fisiologici, da aspetti comportamentali e da aspetti di pensiero. Questo schema è molto articolato e automatico, tanto che, dal punto di vista neurologico, i circuiti nervosi che appartengono alle emozioni sono collocati nella parte più primitiva del nostro cervello, quella più profonda e antica, oltre che comune ad altri animali.

Per dare l’idea della complessità di una emozione, pensate a una situazione di pericolo immediato, come, per esempio, evitare un ciclista che ci sta venendo addosso. Tutto succede in un attimo, vediamo la bicicletta, ci spaventiamo e ci scansiamo, poi pensandoci, magari diamo anche nome alla paura che ci siamo presi. Nello spazio di un battito di ciglia succede che percepiamo un pericolo e valutiamo che la bicicletta sta per venirci addosso (dimensione psicologica), il nostro sistema nervoso si attiva aumentando, per esempio, il battito cardiaco per mandare sangue ai muscoli di gambe e braccia e così metterci nelle condizioni di agire (dimensione fisiologica), poi noi stessi ci scansiamo (dimensione comportamentale), tutto questo avviene però in un attimo, senza che ci pensiamo, e tutto secondo una sequenza predefinita (lo schema appunto) che porta a un certo comportamento che ci tutela nella nostra incolumità.

Ebbene, in quel momento abbiamo provato un’emozione, la paura, che si è espressa in pensieri, comportamenti e attivazione del nostro sistema nervoso. Al tempo stesso la paura è una sequenza definita e predeterminata di pensieri e comportamenti, che si esprime in modo automatico.

Le emozioni dunque sono un costrutto articolato che ci permette di dare risposte immediate all’ambiente: sono una predisposizione ad agire. Se non avessimo paura non reagiremmo fuggendo o evitando, se non fossimo arrabbiati non attaccheremmo la fonte della nostra rabbia, se non fossimo tristi non ci ritireremmo in noi stessi fermandoci a pensare (sulla tristezza trovate qui un approfondimento), se non fossimo felici non affronteremmo nuove situazioni, se non fossimo disgustati non eviteremmo i cibi che ci fanno male.

Queste di cui parliamo vengono considerate le emozioni di base presenti in ogni uomo e in ogni cultura, scoperte da Charles Darwin che notò per primo come l’espressione delle emozioni fosse simile nel uomo e negli animali (in particolare nei primati non umani come gli scimpanzé o i gorilla) e poi studiate nella loro espressione sul volto dell’uomo da Paul Ekman, gioia, tristezza, rabbia, paura disgusto e sorpresa rappresentano il nostro modo automatico di stare al mondo e di adattarci ad esso.

Questo comporta anche che il senso comune veda nelle emozioni una forza che agisce in modo indipendente e incontrollato, qualcosa che potremmo quasi considerare altro da noi e che ci guida al di là della nostra volontà. È l’esperienza più comune che possiamo avere delle emozioni e che spesso, soprattutto nel caso in cui siamo attratti da un’altra persona, ci fa dire che non possiamo farci nulla, che non dipende da noi, è quello che proviamo e basta: «All’amor non si comanda!».

In verità le emozioni ci aiutano a leggere cosa ci succede, sono la nostra prima finestra sul mondo. Se, per esempio, ho paura è perché percepisco qualcosa istintivamente come minaccioso e posso poi verificare che lo sia o meno, ma proprio la paura mi dice per prima che qualcosa non va, e spesso le emozioni non sbagliano.

Questa è la parte delle emozioni che definirei informativa, ovvero la capacità di riconoscere le nostre emozioni, di viverle in modo consapevole, ci permette di comprendere non solo quello che accade dentro di noi, ma anche quello che accade attorno a noi.

Sentire che si prova rabbia, comprendere che quello che sto provando è effettivamente rabbia, riconoscerla e poi chiedersi a cosa è dovuta significa comprendere il mondo e la nostra esperienza appieno.

Ecco dunque perché le emozioni sono le nostre migliori amiche per capire sia noi sia quello che accade intorno a noi.

Tuttavia, una parte importante del vantaggio delle emozioni, sta nella capacità di nominarle, descriverle. La consapevolezza aiuta la conoscenza del mondo e di se stessi nella misura in cui io riesco, attraverso di essa, a dare parole alle emozioni stesse.

Se quanto mi accade non lo comprendo, allora l’emozione diventa solo attivazione del mio organismo e non comprendendo l’origine di tale attivazione, da cui non posso prescindere proprio per la natura automatica dell’emozione, l’emozione (qualunque essa sia dalla gioia alla tristezza) si trasforma in ansia, ovvero una emozione generica senza nome.

Combattere l’ansia può infatti passare attraverso la comprensione profonda, anche razionale, dell’emozione che provo; significa dare parole a una reazione fisiologica, parole articolate nei pensieri, nelle situazioni in cui mi attivo e nell’idea di me stesso che metto in gioco. Come dicevamo all’inizio, l’emozione ha sempre un aspetto fisiologico , ovvero quello che accade nel mio corpo a livello di attivazione del sistema nevoso centrale che influisce sull’apparato cardiocircolatorio, su quello ormonale, su quello gastrointestinale e su quello muscolo-scheletrico. Questo tipo di attivazione non possiamo non percepirla, tuttavia, se nel percepirla non riusciamo a dargli un nome, l’unica attribuzione che ci rimane è quella di ansia.

Comprendere l’ansia significa comprendere le emozioni, capire perché provo rabbia o paura, cosa queste emozioni comportano rispetto all’idea che ho di me stesso, del mondo e di chi mi circonda. Questo è il primo passo verso un altro aspetto delle emozioni, legato alla nostra identità e alla cultura/educazione e che riguarda la capacità o meno di regolare le emozioni stesse, di cui parleremo in un prossimo post.

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