Quando mi trovo a dire che sono uno psicologo e psicoterapeuta le reazioni delle persone sono sostanzialmente due:

  1. “Allora devo stare attento a quello che dico” quasi a pensare che lo psicologo sappia leggere la mente altrui come fosse un libro aperto, abbia dei superpoteri, come una speciale vista che penetra la scatola cranica e legge direttamente il cervello, oppure sappia cogliere significati reconditi, inconsci e celati dalle parole a dai gesti del proprio interlocutore;
  2. “Quanto lavoro avrà! Io avrei tante persone da mandarle!”.

Nonostante queste reazioni siano sempre le stesse e sempre uguali, mi trovo comunque in difficoltà a rispondere e alla fine il risultato e un per me frustrante, deludente: un triste sorrisetto di compiacimento. Ogni risposta che tento articolata rischia sempre di essere troppo lunga, fumosa e, alla fine, incomprensibile. Dal paradosso “Guardi che è proprio chi è matto che è convinto di stare bene”, che crea più dubbi e danni di immagine mia e altrui, al “Guardi che non ho nessun potere speciale” che ha risultati del tutto analoghi.
Tuttavia, soprattutto nella seconda reazione, c’è sotto una profonda verità e un aspetto della vita di ognuno di noi con cui chi fa questa professione si trova a fare i conti, ovvero con la motivazione al cambiamento e l’accettazione che le persone, pur soffrendo, persistono nella loro sofferenza. Questa è quella che io chiamo la “nostra prodigiosa resistenza al dolore”, talmente prodigiosa che ci può accompagnare per tutta la vita. Possiamo avere una resistenza al dolore psicologico, esistenziale, così alta da essere inimmaginabile. Ma perché succede? Come possiamo spiegarla?
Molto di questo ha a che fare con il nostro rapporto con i limiti, con l’idea che abbiamo di noi stessi, del mondo e degli altri.
Prima di tutto ammettere che si soffre, che si sta male, significa ammettere che non siamo onnipotenti, che siamo finiti e abbiamo un limite, e questo comporta anche fare i conti con una idea di noi stessi inevitabilmente negativa, perché ha a che fare con la debolezza e il bisogno di aiuto. Accogliere la parte di noi debole non è per nulla facile. È più facile ignorarla, nasconderla o, addirittura, annientarla e riusciamo a farlo continuando a soffrire. Mi viene in mente un detto che una mia cara amica mi citava di suo fratello: “Siamo nati per soffrire e noi ci riusciamo benissimo!”.
Un altro vincolo che ci tiene legati alla sofferenza ha a che fare con l’idea di noi stessi rispetto agli altri, ovvero con il fatto di essere più o meno amabili. Chiedere aiuto significa considerarsi sufficientemente amabili per aspettarsi di riceverlo, se abbiamo un’idea di noi stessi come poco degni di considerazione, l’aspettativa di avere una risposta positiva all’aiuto che chiediamo è certamente molto bassa, se non nulla.
Infine, un ultimo vincolo è l’idea del mondo in cui viviamo. Se siamo convinti che il mondo in cui viviamo è un mondo di individui separati e in competizione l’un l’altro, privo di solidarietà, dove ogni richiesta di aiuto è destinata a cadere nel vuoto, allora l’unica soluzione è l’”autarchia” e nei costrutti: “Meglio soli”, “Chi fa da sé fa per tre”, “Meglio non fidarsi” e così via.
È difficile accettare tutto questo da parte di chi sta vicino a chi soffre, e da qui la reazione di cui parlavo all’inizio: “Avrei tante persone da mandarle”, ma credo molto nella capacità dell’essere umano di autodirigersi e di arrivare alla fine a comprendere la propria sofferenza al punto di decidere di chiedere aiuto. Per alcuni significa una lunga resistenza, per altri, direi più fortunati, meno, ma alla fine tutti giungiamo a comprendere il diritto di stare bene, a modo nostro e in un nostro equilibrio. Soffrire è una informazione, che non significa solo non stare bene, ma che c’è bisogno di un cambiamento e cambiare possiamo, sempre e comunque. Saperlo è il primo passo. Permetterci di sentire la sofferenza è la prima azione verso la conquista del nostro benessere. Mettere in discussione i vincoli appena citati, e non farlo da soli, è, credo, una risposta valida.

Pin It on Pinterest