Una cosa che mi capita di sentire spesso quando chiacchiero con donne single di tutte le età è una certa rassegnazione rispetto al mondo maschile e alla possibilità di trovare un compagno. «Chi vuoi che mi voglia?», «Non interesso più a nessuno!». Questa rassegnazione è comprensibile, sebbene dolorosa da sentire, come pure da esprimere, ma ancora più doloroso è percepire tra le parole, come sottotesto, una rassegnazione al fatto che nessuno ormai le sceglierà. Questo aspetto dell’essere scelte evoca in me le classiche favole come la Bella addormentata nel bosco, oppure Cenerentola, o Biancaneve e moltissime altre, dove a un certo punto della storia arriva il Principe azzurro che raccoglie la protagonista di turno, la sceglie e, addirittura, la carica sul suo destriero, oppure sulla sua carrozza, per condurla a una vita di sogno e felicità. Ma non sono solo le favole che raccontano questo, anche i film romantici: in Ufficiale e Gentiluomo, Richard Gere si presenta nella fabbrica prendendo in braccio la donzella di turno e portandola via dalla vita di operaia, in Pretty Woman sempre lo stesso Richard Gere si presenta in limousine per raccogliere la sua amata.

Senza renderci conto, cresciamo con messaggi che ripetutamente sostengono, in modo quasi ossessivo, che le donne devono essere scelte e raccolte come fiori in un prato. Sono messaggi molto costanti, che diventano poi strutture di valore solide, rigide e implicite, rappresentazioni interiorizzate del femminile che credo conducano a non pochi danni su diversi fronti:

  1. l’autostima: se vengo scelta, oppure no, sono più o meno degna di valore e, soprattutto se non trovo una persona che mi considera, allora non valgo proprio nulla;
  2. la dipendenza: non sono più io, come donna, che mi oriento rispetto ai miei bisogni e desideri, ma dipendo dai voleri e dalle scelte dell’uomo, a cui devo in ogni modo rimanere legata per legittimarmi come persona capace e degna di amore;
  3. l’oggettivazione: ovvero sono le cose che si scelgono, non le persone. La sensazione di diventare un accessorio, un oggetto che si può prendere, e anche lasciare, è dietro l’angolo in questo tipo di rappresentazione delle relazioni di coppia e la mortificazione, prima ancora che la rabbia, è il sentimento correlato nel momento in cui non si è scelte o si è lasciate.

In parte questo tema lo abbiamo già trattato nel post precedente, relativamente al rifiuto del partner, vorrei però sostenere l’importanza di rompere questa rappresentazione non solo del rapporto di coppia, ma anche dell’uomo. Uccidere il principe azzurro per me significa appunto togliere questo potere di scelta all’uomo. Ogni relazione ha una dimensione di pariteticità, di uguaglianza, di incontro di due persone con uguale dignità, in cui la scelta deve essere reciproca. Nessuno raccoglie l’altro, né lo carica su di sé, per portarlo dove poi? Ma ognuno sceglie l’altro a mio avviso per poi cocostruire un futuro comune, la propria strada insieme. Non credo nei treni che passanno e si perdono, non credo nelle stazioni dell’amore dove una donna aspetta un uomo che possa appunto raccoglierla. Sono metafore che hanno in loro una immagine nascosta, inconsapevole e pericolosa per il proprio benessere, una idea di disuguaglianza e di non essere in grado, persino degni, di scegliere i propri principi azzurri come loro possono scegliere le proprie principesse. Non è facile tuttavia rompere questo schema, che ha il sapore di una rivoluzione copernicana, perché significa riappropriarsi della propria autostima in un mondo dove i «principi azzurri» a loro volta non mancano di rimandare una immagine analoga delle donne in cui ci si ritrova, senza accorgersene, a colludere. Secondo questa impostazione le donne sono belle prima ancora che brave, vestono bene prima ancora che parlare bene, e, a volte, questa collusione viene dalle donne stesse: su riviste e quotidiani, è possibile vedere donne che commentano donne con posizioni pari agli uomini (politica, imprenditore, manager che sia) facendo riferimento al look, allo stile, al taglio di capelli prima ancora di considerarne le dichiarazioni, il pensiero, i programmi. Come dicevo, rompere questo schema è difficile, perché prima di tutto è un costrutto con cui si cresce e si viene educati, ma non è solo una semplice trasmissione di informazioni, che in fondo in qualche modo potremmo anche controbattere, è ben di più. Nasce infatti da una accettazione condizionata di ogni donna e viene incisa nel profondo. Il messaggio, estremamente semplificato, ma reale, è questo: «Sei amabile, sei brava, sei buona se un uomo ti considera, sei cattiva, sei sbagliata se dici di no, se affermi te stessa». Questa equazione origina dall’infanzia ed è legata al nostro bisogno di accettazione positiva: tutti noi, donne e uomini, sin dalla nascita, vogliamo essere accettati, considerati positivamente, accolti e siamo pronti a tutto per soddisfare questo bisogno. Le donne in particolare, per i motivi che abbiamo detto sopra, pur di essere considerate amabili, accettate positivamente, sono pronte ad accogliere dentro di sé l’idea che, per esserlo, è necessario essere scelte dall’uomo, essere pronte ad accondiscendere per essere ben viste. Questa condizione, che si aggancia al bisogno universale di considerazione positiva e riguarda la nostra persona nel suo insieme, comporta un effetto: capire razionalmente che tutto questo è ingiusto, ma non riuscire a farlo proprio nel cuore. Riuscire invece a fare esperienza di questo in modo profondo, ovvero essere accettate per quelle che si è, nella propria indipendenza e assertività, cambia le cose e ci cambia. Molti fattori della nostra vita possono giocare a favore di una crescita positiva e autarci nel cambiamento. Ne parleremo prossimamente.

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