Gli eventi drammatici di Bruxelles di un giorno fa, gli attentati di Parigi prima, ci mettono di fronte a situazioni difficili da gestire e a sentimenti forti. La violenza così pervasiva, ingiustificata, incomprensibile, inimmaginabile ci blocca e lascia certamente sgomenti. La paura, l’ansia, la rabbia possono prendere il sopravvento, paralizzarci.

Cosa fare in questi momenti?

C’è chi reagisce con un atteggiamento fatalistico, per cui continua la sua vita pensando che se deve accadere anche a lui di trovarsi in un luogo pubblico dove qualcuno si fa esplodere significa che era destino.

C’è chi invece reagisce in contrapposizione, dimostrando che non bisogna piegarsi alla violenza cieca e continuare a vivere e frequentare i luoghi pubblici.

C’è chi invece si allontana da ogni notizia evitando.

C’è chi invece segue i telegiornali e si informa di ogni dettaglio.

C’è chi invece cerca la vicinanza di altri.

C’è chi invce accorre a prestare aiuto e soccorso.

C’è chi cerca di riportare tutto alla normalità, subito, senza indugio ripercorre le proprie routine come se tutto fosse uguale al giorno prima.

Tutti questi e molti altri comportamenti hanno a che fare con il tentativo di riprendere il controllo sul proprio ambiente. Un evento come quello di ieri è indubbiamente un evento traumatico in cui siamo testimoni della perdita di vite, della impossibilità di gestire quanto è accaduto e per questo il nostro mondo, diventato imprevedibile e al tempo stesso minaccioso, ci porta a vivere un senso di impotenza talmente forte da non avere parole per descriverlo e la cui reazione emotiva di allarme e il senso di pericolo necessitano di essere in qualche modo regolati e riportati dentro i confini del nostro essere, per non trovarci noi per primi frammentati.

La vicinanza dell’altro è il primo modo per potere contenere una emozione così grande.

Il confrontarsi, il parlare di quanto si vive, di cosa ci ha mosso dentro sentire le notizie, vedere le immagini è il secondo modo che può aiutarci a recuperare il senso di controllo, per noi che siamo in questo momento spettatori.

Dire che si ha paura, dire le emozioni che si stanno provando, senza giudicarle e giudicarsi, legittimarsi la rabbia, la tristezza, lo sgomento e raccontarle a chi ci è vicino oltre che a noi stessi, ascoltare e ascoltarsi è una terza strategia.

Infine, scrivere, come io sto facendo ora con voi, rimane un altro modo valido per riprenderci un mondo e una routine che ci è stata strappata, ingiustamente e violentemente strappata.

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