È possibile perdonare? Perché dovremmo decidere di perdonare qualcuno? L’attuale Papa ha promosso il Giubileo della Misericordia e il perdono, e nell’intervistare persone che hanno perso un caro per mano di un’altra persona spesso tra le prime domande che si sentono fare dai giornalisti non manca la richiesta se chi è vittima di una tale perdita ha perdonato l’aggressore.

Si può dunque perdonare un assassino, perdonare un tradimento, perdonare uno sgarbo, al di là di un dover essere e un imperativo categorico?

Per rispondere a queste domande partirei da un punto di vista diverso, ovvero perché è difficile perdonare. Vi sono alcuni aspetti che ci trattengono dal perdono:

  • la memoria: perdonare può farci credere che tutto viene dimenticato e questo ci preoccupa perché temiamo che sparisca così nell’oblio anche il dolore che abbiamo provato e stiamo provando;
  •  la giustizia: perdonare può farci pensare che la giustizia non possa essere esercitata, addirittura che la persona la faccia franca e non riceva la giusta punizione per il torto;
  • la vendetta: perdonare significa rinunciare alla vendetta e al recupero quindi del proprio potere e del proprio status o di una condizione di parità con chi ci ha offesi e che, per questo, ci ha messo in una posizione di inferiorità;
  • l’amor proprio: legata alla vendetta c’è anche il timore di perdere la faccia, di sembrare troppo buoni, troppo accomodanti al punto da ritenere, agli occhi degli altri, di meritarci il torto subito;
  • la paura di ricaderci: il perdono ci mette in una condizione di essere feriti di nuovo dalla persona che abbiamo perdonato.

Questi aspetti possono bloccarci nel perdono e mantenerci in una condizione di conflitto nella relazione con colui da cui ci siamo sentiti offesi e traditi, ma ci mette anche in una condizione emotiva particolarmente disagevole, che può aggiungere sofferenza a sofferenza.

Il mancato perdono infatti porta con sé emozioni come rabbia, se pensiamo a una condizione legata al presente, e rancore, ovvero una rabbia che ha radici in un passato, a volte anche lontano, e che ci accompagna costantemente nella nostra vita quotidiana.

Rabbia e rancore sono emozioni che comportano una attivazione anche fisiologica di tipo negativo, producono in noi uno stato permanente di allarme che, se perdura troppo nel tempo, produce stress negativo, portando ad ansia, depressione, senso di inutilità e di impotenza.

Questi aspetti potremmo considerarli le “scorie tossiche” del mancato perdono. Perdonare diviene dunque, e prima di tutto, un atto di benessere nei nostri confronti, un modo efficace per liberarci di emozioni negative. Ecco perché il perdono è anche legato al benessere.

Un altro aspetto del perdono è che permette di recuperare una relazione con l’altro; favorisce dunque la dimensione sociale e permette di ripristinare la fiducia in una relazione, sempre che vogliamo farlo.

Perdonare non significa mai dimenticare, soprattutto nel caso in cui chi ci ha offeso ci ha anche maltrattato fisicamente. Il perdono che potremmo definire imperativo, ovvero quello in cui sentiamo un obbligo a perdonare, non solo morale, ma come unico modo per di rimanere in relazione con chi ci ha fatto del male, anche fisico, non possiamo considerarlo perdono, perché cancella la memoria di un atto che non ci protegge. In quel caso si confonde il perdono con il bisogno di rimanere in contatto con il nostro oppressore, al punto di rinunciare a tutto, persino alla sicurezza fisica. Potremmo chiamare questo il lato oscuro del perdono e, soprattutto, è un comportamento che va contro il nostro benessere, per cui da evitare, soprattutto nel momento in cui la persona che perdoniamo, non comprendendo il nostro atto, anzi, equivocandolo, potrebbe sentirsi giustificata nel perpetuare comportamenti di offesa, per non dire di violenza, nei nostri confronti.

Ma come si può perdonare?

Qui la psicologia ci aiuta e diversi studiosi hanno cercato di individuare le competenze che entrano in gioco nel perdono. Prima fra tutte troviamo l’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni dell’altro, pur mantenendo una distanza tra noi e l’altra persona. L’empatia ha a che fare con la possibilità di assumere il punto di vista altrui, senza però dimenticarci di noi stessi. Questo aspetto ci aiuta a capire anche le ragioni dell’altro e del suo comportamento, senza necessariamente doverlo giustificare, ma cercando di capirlo.

Il perdono è sempre un atto gratuito, è un atto di volontà di chi perdona, come quando decido di fare un regalo a una persona: lo decido io, di mia iniziativa e senza che l’altro me lo chieda. Il perdono segue la stessa dinamica, per cui io posso decidere di perdonare, nel farlo però non mi aspetto un contraccambio, altrimenti entro in una transazione, in un compromesso: “Io ti perdono se prometti di non farlo più”, questo è uno scambio, un contratto che, se violato, comporta di nuovo un conflitto. Posso aspettarmi, credo che sia umano, che l’altro, una volta perdonato, accolga il nostro perdono e cerchi di non ferirci più, come possiamo pensare che dando un regalo riceveremo gratitudine, ma non possiamo pretenderlo a priori.

Un autore americano, Worthington, ha proposto un modello del perdono che consta di 5 tappe, attraverso le quali arriviamo a perdonare una persona. Cinque passi tutt’altro che facili, ma che ci possono aiutare a recuperare il nostro benessere, liberandoci dal rancore, da una visione orientata solo al passato e senza futuro, dalla solitudine. Eccoli:

  1. Rievocare il torto subito: recuperare i fatti e cercare di evitare di pensare all’altro come al male assoluto;
  2. Comprendere attraverso l’empatia: cercare di assumere il punto di vista dell’altro, provando così a capire i motivi che lo hanno portato a comportarsi in un certo modo;
  3. Dono altruistico: concedere il perdono è un un dono che si elargisce, come dicevamo più sopra;
  4. Confermare pubblicamente il perdono: ovvero renderlo noto all’altro, anche attraverso una lettera, mettendo nero su bianco il proprio perdono;
  5. Saper tenere fede al proprio perdono: perdonare non è cancellare, ma non è nemmeno ruminare e nemmeno ritirare il perdono, è, alla fine di tutto, lasciare andare senza ritornare al passato.

Anche se questo schema è utile per comprendere che il perdono non è qualcosa di immediato, credo che sia anche utile per capire che perdonare non è una cosa facile, ogni passo è molto importante e faticoso, a volte ci fermiamo al solo ricordo, e non riusciamo a uscirne, rievocando e rievocando il torto subito; solo l’empatia ci toglie da questa spirale, ma anche mettersi nei panni di chi ci ha fatto del male è un atto estremamente difficile e richiede tempo e anche lo spazio per la rabbia che arriva nel momento in cui ci sentiamo traditi.

A volte perdonare richiede anche aiuto. La psicoterapia è uno strumento grazie al quale, in uno spazio per noi protetto e sicuro, non solo possiamo affrontare i nostri fantasmi, ma anche le persone importanti che crediamo ci abbiano fatto del male e, con l’aiuto del terapeuta, compiere questi passi, a partire dalla rievocazione e narrazione della nostra storia, fino a guardare con uno sguardo più compassionevole e con più distacco chi riteniamo ci abbia fatto del male, non ci abbia dato quello di cui avevamo diritto e così liberarci e trovare sollievo e serenità perdonando e, non ultimo, perdonandosi.

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