«Metti in ordine la tua stanza! Sembra una lavatrice esplosa!». Facilmente ci è capitato di sentire frasi simili sia da parte di chi invoca un maggiore ordine, sia dalla parte di chi, sicuramente più giovane, se non adolescente, è il bersaglio di una tale comunicazione.

Perché ci sono persone disordinate e persone ordinate? Perché l’ordine è oggetto di conflitto, soprattutto in adolescenza?

Vorrei provare a rispondere a queste domande partendo da due aspetti: uno è la comunicazione non verbale e l’altro è l’identità.

Il primo, ovvero la comunicazione, ha la caratteristica di utilizzare due codici, quello verbale – ovvero ciò che esprimiamo a parole, utilizzando sintassi e grammatica – e quella non verbale, ovvero tutti quei segnali di tipo:

  • cinesico, cioè i movimenti e i gesti;
  • paralinguistico, cioè suoni che emettiamo senza significato, come i vocalizzi al telefono per indicare che ci siamo e che stiamo ascoltando la persona dall’altra parte;
  • intonazionale, cioè il tono della voce, che può per esempio essere alto quando siamo arrabbiati, oppure basso quando siamo imbarazzati.

Questi segnali integrano e a volte sostituiscono la comunicazione verbale.

La comunicazione non verbale riguarda anche il modo di vestirsi, con il quale esprimiamo una appartenenza e un modo di essere. Pensate ai gruppi di ragazzi che si definiscono Cutester (cos’ indicati in questo blog), che vestono con abiti e accessori con stampati sopra personaggi dei fumetti, identificandosi con un certo stile che non è solo una moda, ma un vero e proprio modo di porsi e di identificarsi con certi valori e visioni della vita; oppure, per chi è meno giovane, può pensare ai Figli dei fiori degli anni sessanta del secolo scorso! Entrambi, attraverso vestiti e comportamenti comunicavano una propria identità.

Da qui il secondo aspetto, appunto, ovvero l’identità, che, in psicologia, è definita anche dalla parola Sé. Il , o concetto di sé, potremmo definirlo come un insieme di informazioni organizzate su noi stessi, che ci orientano nel nostro comportamento e nell’interpretare la realtà, oltre a permetterci di descriverci e presentarci agli altri. Il Sé ha diversi aspetti:

  • un aspetto interno, che riguarda quello che noi pensiamo di noi stessi, i nostri atteggiamenti, le emozioni che proviamo, le capacità che crediamo di avere. È una dimensione di riflessione su sé stessi e di autodefinizione;
  • un aspetto esterno e sociale, che riguarda soprattutto i ruoli che occupiamo e che entrano a far parte della definizione di noi stessi (essere un insegnate, essere madre, padre, compagno, impiegato, libero professionista, pensionato, ecc.)
  • un aspetto collettivo che ci definisce per l’appartenenza a un certo gruppo, nazione, etnia, come essere italiani, oppure essere donne o uomini, essere di una certa religione;
  • infine c’è un aspetto corporeo, direi fisico. Il nostro Sé è anche, e a volte soprattutto, il nostro aspetto, non solo i capelli, la corporatura, ma anche tutto quello che ci appartiene e che riteniamo parte di noi stessi, come i vestiti che indossiamo, l’auto che guidiamo, un gatto che teniamo in un certo momento in braccio e diviene così parte di noi. Questa dimensione fisica fu segnalata già alla fine del 1800 da un famoso psicologo, William James, ed è molto vicina alla relazione tra identità e luogo in cui viviamo.

Infatti se il Sé corporeo ha a che fare con aspetti fisici, esiste così una dimesione, rappresentata dall’ambiente in cui viviamo, che entra a far parte di noi ed è espressione di noi stessi. Questo lo si vede bene nei luoghi di lavoro, dove la scrivania viene riempita non solo delle cose necessarie a svolgere il proprio lavoro, ma da foto dei familiari, da portapene particolari, da tazze personalizzate, da quadri, lavagne con magneti, calendari, ecc.; il desktop del computer si colora di immagini che non sono quelle proposte dal sistema. Tutto intorno a noi si adatta al nostro modo di essere.

Ancor di più questo accade tra le mura domestiche, ma anche per l’auto, che viene personalizzata con colori e accessori che le danno un tocco unico, per non parlare degli attuali smartphone e delle cover, nonché dei negozi dedicati che ne vendono centinaia, tutte diverse l’una dall’altra, per un oggetto che dovrebbe essere solo uno strumento di comunicazione, ma che invece  entra a far parte della quotidianità e del nostro Sé, quale espressione esterna e fisica di noi, dal momento che l’abbiamo sempre con noi.

Alcuni studiosi hanno parlato di place identity (identità di luogo), intendendola proprio come una dimensione dell’identità legata all’ambiente, che, quando è possibile, la persona tende a modificare in modo coerente con l’immagine del suo Sé. Questo tipo di identità è molto importante perché consente di darci continuità, mantenendo la nostra immagine e la coscienza di noi stabili nel tempo.

Ecco dunque come il luogo in cui viviamo si salda con l’idea che abbiamo di noi, con il nostro Sé, e come ci rappresenta in modo profondo e intimo, comunicando, non verbalmente, una nostra immagine. Tuttavia, soprattutto in adolescenza, il concetto di sé è in piena costruzione, potremmo immaginarcelo come una casa con le impalcature, che si sta formando piano piano e in cui è possibile apportare modifiche interne ed esterne. Un concetto di sé così indeterminato e aperto facilmente avrà una espressione esterna altrettanto indeterminata e fluida. Questo non toglie che il disordine di una stanza non vada concesso e tollerato, ma credo possa spiegare come quel disordine, così primordiale e, soprattutto, così diffuso tra i giovani, abbia molto a che fare con una fase della vita in cui ci si costruisce e definisce, e dove a una identità fluida corrisponde pertanto un luogo altrettanto fluido e confuso.

Abbiamo anche un polo opposto, dove l’ordine, la precisione, l’organizzazione degli spazi e degli oggetti è estrema. Tutto è perfettamente allineato, disposto, catalogato e ordinato. Questa espressione di superordine può tuttavia nascondere un profondo bisogno di controllo: controllare l’ambiente per controllare le proprie emozioni e pensieri. Anche qui esiste dunque una relazione tra luogo e Sé, dove il luogo diventa uno strumento per poter controllare la propria ansia interna. In questi casi l’ordine diventa un mezzo e al tempo stesso un obiettivo, un ordine che chiamerei appunto ossessivo.

Tra questi due estremi di un continuum che va dal disordine dell’adolescente all’ordine ossessivo ci collochiamo tutti noi, in una forma di espressione del nostro Sé. Il nostro ordine esprime noi stessi, questa è la peculiarità dell’ordine espressivo.

Nei momenti della vita in cui raggiungiamo una certa consapevolezza di noi, una conoscenza interiore che comporta anche un cambiamento del modo di vederci, facilmente ci verrà voglia di cambiare anche l’ambiente intorno, dalla nostra stanza, alla nostra casa, al luogo in cui viviamo, comunicando così il nostro Sé corporeo, il nostro essere diversi attraverso un diverso ordine del nostro ambiente.

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