In precedenza abbiamo parlato del fatto che nelle relazioni di coppia l’accettazione di sé permette l’indipendenza da un lato e favorisce una relazione paritetica e interdipendente dall’altro.

Nel post precedente infatti discutevo come «uccidere il principe azzurro» non significa altro che conquistare la propria indipendenza dal giudizio dell’altro, potendolo così guardare negli occhi e non dal basso verso l’alto o, dal punto di vista del principe, dall’alto verso il basso.

Ma si può imparare ad accettarsi?

L’accettazione di sé è fortemente legata all’autostima, sono due facce della stessa medaglia: più ho autostima, più mi accetto e più ho autostima.

Tutto questo ha radici profonde nella nostra storia. Ogni persona nasce con un bisogno fondamentale di essere accettata positivamente dall’altro significativo: la mamma, il papà, le persone affettivamente importanti della nostra vita, i nostri maestri, il nostro mentore, ecc.). Questa accettazione non sempre è incondizionata, ovvero non sempre riceviamo una considerazione positiva come persone, per il semplice fatto di essere tali; spesso veniamo accettati in modo condizionato, vengono cioè accettate parti di noi positivamente, mentre altre vengono rifiutate. Un esempio di questo può essere l’indipendenza.

Tutti i bambini e le bambine nascono con una buona autostima che li porta a voler fare le cose da soli, a essere indipendenti, ma non tutti i bambini e le bambine (e direi soprattutto quest’ultime) vengono accettate per la loro indipendenza. Per mille motivi, ogni volta che fanno qualcosa da soli, anche se inopportuna, possono venire sgridati dicendo che sono cattivi e inadeguati. In realtà è importante dire a un bambino o a una bambina cosa può fare e cosa no, ma è anche importante che sia sanzionato il comportamento e non la persona intera: ovvero ogni bambina che prende una iniziativa autonoma, per quanto sbagliata essa sia, se viene rimproverata come «cattiva» in toto, crescerà con l’idea che quando è autonoma è una persona cattiva (e nessuno vuole essere considerato cattivo), ciò può portare a vivere come pericolose le proprie iniziative autonome o a essere in tutto e per tutto negate a favore della dipendenza.

Si intendono come accettazione condizionata tutte quelle esperienze in cui ci siamo sentiti dire che eravamo buoni o cattivi, non che facevamo cose giuste o sbagliate: se un bimbo di pochi anni cerca, per gelosia, di dare uno schiaffo al fratellino più piccolo di pochi mesi, certamente dobbiamo fermarlo, ma è diverso dire che non è un comportamento adeguato o giusto dal dire «Bimbo cattivo! Non fare così!». Nel primo caso sanzioniamo un comportamento, nel secondo l’intera persona.

Veniamo alla dimensione femminile di questo aspetto. Spesso nell’educazione vengono accettati i comportamenti assertivi, per non dire impetuosi, dei bambini maschi, mentre vengono accettati i comportamenti di aiuto e dimessi delle bambine, e viceversa, ogni comportamento indipendente e assertivo di una bambina alla meno peggio non riceve nessuna considerazione.

La nostra cultura e la società in genere sostiene una serie di comportamenti e ne sanziona o bandisce altri. Questo è molto evidente nello sport, come si può vedere da questo filmato, dove emerge come la cultura e l’educazione portino a considerare il modo di correre delle ragazze come impacciato e sciocco, a partire dalle ragazze stesse, mentre se lo si chiede a una bimba che non ha ancora subito tale influenza culturale, il modo di correre di una ragazza o di un ragazzo non cambiano: l’importante è correre più forte che si può. Per chi non sa l’inglese il regista chiede a ogni persona come corre una ragazza, nella parte centrale la bimba risponde che una femmina corre più veloce che può.

Tutto questo ha anche a che fare con l’autostima, in quanto l’autostima stessa, ovvero il valore complessivo che una persona dà di se stessa, passa attraverso lo sguardo e la considerazione degli altri.

In verità tutti noi nasciamo con un certo livello di autostima, detta appunto autostima di tratto, ed è una caratteristica di personalità, ma esiste anche una autostima di stato, che riguarda invece il feedback relativo a quanto facciamo: se sono una brava studentessa, che ha successi a scuola, la mia autostima può variare in funzione dei voti che prendo, relativamente al ruolo di studentessa.

Un aspetto culturale che abbiamo visto essere veicolato da un certo romanticismo, prevede che l’autostima femminile sia legata all’avere e mantenere una relazione stabile, al costruire una famiglia, alla maternità. Questo può comportare che essere single non è un fattore di successo per una donna (mentre lo è per un uomo), ma questo aspetto può essere così pervasivo da adombrare tutti gli altri successi della persona: posso essere una brava impiegata, una professionista di affermata, una studentessa impegnata, ma sentirmi ugualmente inadeguata e, per di più, giudicata tale perché non ho un compagno, un ragazzo, un marito, un figlio…

Questo aspetto dell’autostima femminile si associa a un altro dato importante, che trovate anche in questa parte del sito, ovvero che l’autostima non è costante nel tempo: è alta quando si è bambini, cala in adolescenza, cresce fino ai 19 anni, si stabilizza nell’età adulta, per poi tornare a calare nella vecchiaia, quando il corpo si fa più debole, le forze ci mancano e perdiamo anche status sociale per non essere più produttivi.

Se questa parabola è uguale per tutti, in verità l’adolescenza è un periodo critico per la costruzione dell’autostima e uno studio statunitense ha notato che nelle femmine tra i 14 e i 19 anni l’autostima si abbassa, cosa che accade anche ai maschi, ma tra i 14 e i 16 anni: il periodo negativo è doppio nel sesso femminile rispetto a quello maschile, e credo che questo influisca negativamente anche successivamente, al punto che l’autostima femminile debba essere trattata con estrema attenzione e sostenuta in modo deciso per avere persone efficaci e indipendenti, che possano affrontare le relazioni in modo altrettanto paritario e interdipendente e fuori da ogni vincolo schematico e riduttivo che non può che penalizzare il proprio bisogno di autostima e di accettazione.

Accettarsi dunque passa attraverso l’esperienza dell’essersi sentiti accettati, l’essersi sentiti accettati produce in noi una visione positiva di noi stessi, che aiuta la nostra autostima e ci aiuta a crescere come persone indipendenti, capaci di accettare a nostra volta l’altro e di relazionarsi con lui in modo paritario, da persona a persona.

Se invece il nostro bisogno di accettazione positiva viene frustrato, rimane un vuoto che cerchiamo di riempire. Nelle relazioni di coppia questo vuoto è particolarmente forte, si attiva intensamente, al punto che per essere accettati siamo pronti a sacrificare ogni cosa di noi, alla ricerca dello sguardo e del riconoscimento dell’altro.

Sviluppare la propria autostima si può, è importante curarla e mantenerla, la psicoterapia aiuta, perché in essa facciamo esperienza di quella accettazione e riconoscimento che può esserci mancato nella nostra storia, come aiutano iniziative (una è proposta qui) volte a sviluppare la propria consapevolezza, il darsi obiettivi, il sapere giudicarsi senza etichettarsi, il saper confrontarsi con gli altri in un’ottica positiva: guardando a quello che possiamo cogliere o a cui aspirare e non a quello che ci manca, e, non ultima, l’indulgenza verso noi stessi.

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