Tempo fa mi sono soffermato a vedere un film il cui inizio mi ha colpito molto e che, prima di continuare la lettura, vi suggerisco di guardare nel suo prologo disponibile qui sopra.

L’osservazione della voce fuori campo credo porti con sé, nell’ironia, una certa verità e mette in luce, nelle relazioni intime, una trappola che ha a che fare con l’idea che abbiamo di noi stessi e la nostra autostima. L’errore fondamentale che viene rimarcato e che sembra segnare ognuno di noi, ma in particolare il sesso femminile, è il tentativo di lenire un rifiuto spostando sull’altro la difficoltà: “Non sei tu che sei sbagliata, è lui che non capisce, non sa ancora che le piaci o che non è pronto, in altre parole non è consapevole del suo amore per te”. Ma dove sta la trappola?

Questo messaggio porta con sé un altro messaggio implicito: se non capisce posso farglielo capire, per cui posso cambiarlo finché non potrà accettarmi. Qui la trappola scatta con la massima violenza e ci imprigiona in una dipendenza relazionale da cui è difficile uscire e, là dove una interpretazione della situazione poteva sembrare un buon modo per difendere l’autostima dell’amica o della propria persona cara (nel film si parte da una bambina e si arriva agli adulti), si trasforma invece in una picconata al nostro muro dell’autostima. La strada per l’inferno è lastricata di buoni propositi…

Ma qual è la dinamica che ci rende dipendenti? Da un punto di vista del pensiero è così riassumibile: se mi rifiuta perché non capisce allora posso fargli capire, quindi posso cambiarlo, se dunque posso cambiarlo potrò ricevere la sua considerazione e, di conseguenza, se non riesco è perché non sono abbastanza brava per poterlo cambiare. Questa catena non è solo cognitiva (ovvero di pensieri), ma è anche emotiva; ad essa si accompagnano emozioni come la paura di non riuscire a cambiare la persona che desideriamo, la rabbia data dalla frustrazione dei nostri tentativi andati a vuoto, la moritficazione per la continua mancata considerazione dell’altro, la delusione, la tristezza, tutti elementi che si associano alla disistima, la cui origine, alla fine di tutto, è nella convinzione dell’incapacità dell’altro di accoglierci.

Quanto potere diamo nelle mani di questa persona! E quanta sofferenza! Le diamo così tanto potere che basta poco per ravvivare una fiamma sopita, al punto che una telefonata, un messaggino via SMS o WhatsApp, anche dopo mesi in cui ci eravamo convinti che quella persona non faceva al caso nostro e avevamo smesso di vederla (o lui aveva smesso di vedere noi), ed eccoci a riattivarci, per essere poi delusi e mortificati di nuovo in una specie di yo-yo emotivo che ci impedisce di guardare al futuro e ci mantiene legati a un presente portatore solo di tristezza e senso di fallimento.

Ma perché ci succede? Perché non riusciamo a staccarci e diventare autonomi? A mio avviso una spiegazione possibile ha a che fare con il valore che diamo a noi stessi e con le fonti da cui attingiamo la nostra stima. Un rifiuto, soprattutto in una relazione amorosa, diviene un rifiuto di tutto noi stessi. Ci penetra dentro al punto da colpire il cuore della nostra autostima e dell’immagine che ci siamo formati di noi. Essere rifiutati fa sempre male, ma ci sono persone che riescono ad accettare il fatto che non possono piacere a tutti e che interpretano questo come un aspetto relativo a quella persona e a una certa situazione, mentre ci sono persone che interpretano il rifiuto come qualcosa di onnicomprensivo, generale e dipendente da loro (ovvero: “È colpa mia se non piaccio all’altro”). Questo conduce spesso a una lotta fino allo sfinimento delle proprie forze emotive nel tentativo di recuperare la considerazione, l’attenzione e, più in generale, l’amore dell’altro, proprio perché conquistare l’amore dell’altro significa recuperare l’amore per noi stessi. Sapere che io sono io (ovvero individuato e autonomo) e che valgo indipendentemente dal rifiuto di una persona a cui tenevo mi difende da questa trappola. Accettare un rifiuto non significa in questo caso essere indegni di amore in toto, certamente significa che non piacciamo abbastanza all’altro, ma sapere che siamo ugualmente amabili ci permette di contenere la sofferenza del rifiuto, di curare la ferita e impedire che si riapra e, con il tempo, guardare oltre. Nel momento in cui scatta la convinzione che nessuno al diritto di giudicarci: “Chi sei tu per giudicarmi e rifiutarmi?” allora capiremo di essere sulla strada buona per l’autonomia e la libertà.

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