Siamo ormai in periodo di ferie, molte persone infatti in questo momento dell’anno stanno vivendo o stanno per vivere un momento di pausa dal lavoro e di vacanza.

Le ferie, lo staccare dal lavoro, sono quanto mai importanti per il nostro benessere e ci permettono di recuperare dalla fatica e dallo stress, a volte di un intero anno lavorativo.

Ma non sempre le vacanze diventano occasione di pace, tranquillità, recupero ed energia: cosa ci accade dal punto di vista psicologico? Perché a volte, se non molto spesso, la vacanza è ben più faticosa del lavoro e arriviamo a dire che «Tornare a lavorare è come essere in vacanza»?

 

Oltre al guadagno c’è di più

 

Qualche anno fa, sui quotidiani e i settimanali, apparvero articoli sulla fatica psicologica di affrontare i week-end, in cui le persone provavano un misto di ansia, depressione, anergia per tutto il week-end, senza sfruttare minimamente la pausa settimanale, quasi fossero incapaci di staccare con il lavoro da un lato e fossero travolti dal vuoto del fine settimana dall’altro.

Quando si va in vacanza spesso possiamo sentire una leggera ansia per il lavoro che abbandoniamo, a volte fatichiamo a staccare e, con le nuove tecnologie e gli accessi ovunque disponibili ad internet, non rinunciamo a consultare le e-mail del lavoro.

Lavorare stanca, certamente, ma anche smettere di lavorare non sembra così facile come ci aspetteremmo.

Il lavoro in effetti non è una semplice fonte di guadagno, ad esso sono associati molti e ben diversi significati e funzioni, che vanno ben oltre il mero scambio denaro-prestazione.

  • Lavorare significa tessere relazioni sociali, diventare parte di una comunità.
  • Lavorare significa sentirsi efficaci, capaci di portare avanti i propri compiti, acquisire autonomia.
  • Lavorare significa acquisire potere, influenza, definire una propria posizione sociale positiva, avere prestigio.
  • Lavorare significa avere un tempo di vita organizzato, essere in un flusso definito del tempo dentro il quale possiamo sentirci più o meno comodi, ma che conosciamo bene.

Il lavoro diviene dunque uno strumento importante per definirsi come persone, per quello che si è e non solo per quello che si fa.

Andare in vacanza comporta dunque qualcosa di più dello smettere di lavorare, di cessare di fare fatica.

 

L’importanza delle abitudini

 

L’uomo è inoltre una creatura abitudinaria. Senza arrivare agli estremi di Kant, del quale si diceva che fosse così abitudinario e metodico che i cittadini di Könisberg aspettavano di vederlo passare nella sua passeggiata quotidiana per regolare l’orologio, certamente per noi la routine è un aspetto molto importante.

Lo possiamo notare nei bambini, per i quali un piccolo spostamento nella sequenza delle attività quotidiane comporta un disagio ben visibile, ma lo possiamo notare anche in noi quando un imprevisto, per quanto piccolo sia, che ci costringe a cambiare i nostri piani, comporta un disagio o uno stress.

La routine è come la corrente elettrica: non ci accorgiamo quanto sia importante fintanto che non viene a mancare. Ugualmente, la routine è un tempo di vita organizzato, che viviamo in automatico, senza pensarci, senza notarlo, ma che diviene importante e irrompe alla nostra attenzione quando si spezza, soprattutto nel caso delle malattie, che comportano a volte la necessità di adattarsi a nuovi cicli di tempo, a nuove riorganizzazioni e, fintanto che questi non si sono definiti, ci sentiamo spaesati, frammentati e senza controllo (come ha ben delineato Francesca Emiliani).

La routine può essere considerata una specie di impalcatura della nostra vita, lo scheletro psicologico su cui costruiamo in nostro senso di noi stessi.

 

Staccare dal lavoro, staccare da se stessi

 

Lavorare è routine e pertanto andare in vacanza significa spesso rompere questa routine, ma non solo, andare in vacanza significa dover fare i conti con il fatto che stacchiamo anche da quello che siamo al lavoro, per concentrarci su quello che siamo fuori dal lavoro, cosa direi quasi impossibile (sulla difficoltà a staccare dal lavoro e a farsi sostituire potete vedere questo mio post).

Se penso ai vicini di tavolo in un albergo all’ora di cena, che si incontrano giorno dopo giorno fino ai primi saluti, facilmente la domanda successiva per conoscersci meglio è «Di cosa si occupa?», noi siamo spesso quello che facciamo e difficilmente abbandoniamo quello che facciamo, proprio perché è parte della nostra identità (di cui abbiamo parlato qui), per cui il nostro lavoro, come parte di noi, ci accompagna sempre nell’essere noi stessi.

Andando in vacanza abbandoniamo certamente quello che il lavoro ci dà:

  • abbandoniamo il nostro status;
  • abbandoniamo il nostro controllo sulle cose che facciamo;
  • abbandoniamo la comunità dei colleghi bella (spero) o brutta che sia;
  • abbandoniamo la routine che il lavoro ci dà.

La vacanza diventa dunque una piccola sfida, piacevole (anche se non sempre piacevole) in cui organizzarsi diversamente e ripensarsi.

È gioia, svago, divertimento, spensieratezza, novità, esplorazione, ma può essere anche noia, ansia, paura per le cose in sospeso che si lasciano, fatica e delusione.

La vcanza ci chiede di vivere un tempo diverso, un tempo nostro, per questo libero, ma anche un tempo non organizzato, se non da noi.

 

Costruire una vacanza piacevole

 

Come possiamo dunque fare della vacanza un vera vacanza?

Credo che vi possano essere alcune strategie che possono aiutarci a godere al meglio delle nostre vacanze, indipendentemente dal tipo di vacanza che facciamo, ovvero al mare, in montagna, on the road, in un viaggio organizzato, avventurosa o stanziale, persino la vancanza in città.

  1. Imparare a costruire le proprie routine vacanziere. Non avere paura del vuoto, ma capire che il vuoto è il segnale di una routine che manca, non avere paura neppure della routine, ma sapere che le cose che si fanno in una loro sequenzialità sono un bene e non un male. Ogni posto che frequentiamo diventa piacevole se si definisce uno schema di fondo della giornata, che non è certo noia, ma godere pienamente del tempo che si ha.
  2. Imparare a essere se stessi nelle forme più diverse. Io sono io come lavoratore, ma anche come persona che fa altro e che è altro. Riconoscere le diverse parti di sé e riconoscere che sono tutte ugualmente buone e importanti. Lo status che mi dà il lavoro vale in vacanza quanto lo status di vacanziere, di madre, di padre, di figlio, di amico, di amante delle passeggiate in montagna, dei bagni al mare, di turista e quant’altro. Io sono io nel momento presente della mia vacanza, nel vivere il tempo che ho nel suo scorrere, nel godere della noia come del fare quello che mi piace, senza spostarmi troppo sul futuro che verrà o su quello che ho lasciato al lavoro.

La vacanza come non mai è il tempo del presente, del qui e ora.

Qualunque vacanza possa essere, che possa essere la propria vacanza, con i propri ritmi e le proprie attività o inattività…

E allora, buone vacanze a tutti!

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